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Il Silenzio della Comunicazione

 

Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire

(Alda Merini)

 

 

 

 

Ritorno con il pensiero a molti anni fa in cui, durante una serata di gruppo psicoanalitico, il nostro mentore ci fece comprendere il motivo per cui nei primi incontri con il proprio psicoanalista, questo rimaneva in silenzio.

Col tempo e con l’esperienza ho compreso questo atteggiamento che ho imparato a esplicarlo quale rispetto nei miei confronti, facendo mio questa espressione, nella mia vita.

Allo stesso tempo ho imparato la sostanza e l’importanza delle parole in una conversazione, il loro peso e la loro qualità, oltre alla modalità.

Io trovo, come traduttrice ma anche come persona che si relaziona con gli altri, che il linguaggio sia una forma di comunicazione meravigliosa e che il riuscire a farsi comprendere dalla persona che sta ascoltando, è un traguardo unico e quasi irripetibile.

Per questo io divido in modo netto il significato di parlare da quello di discorrere. Come quello di capire e di comprendere. Ma non voglio divagare.

Siamo tutti capaci a parlare, a emettere suoni che il nostro cervello traduce in parole ma siamo capaci a comunicare un pensiero, a mettere nei suoni che trasmettiamo i nostri sentimenti?

E, soprattutto, siamo capaci a stare in silenzio?

Di solito pensiamo che il silenzio dell’altro in una discussione sia la tacita espressione di darci ragione, ma non sempre è così, non sempre ‘chi tace, acconsente’.

Io uso quel ‘silenzio’, che nulla a che fare con un blocco o con il non sapere come controbattere a ciò che ci viene comunicato, per riflettere e cercando di comprendere il danno, il dolore (se sono parole che vogliono ferire) e la motivazione del perché vengono usate.

Lo stare zitto e l’ascolto è purtroppo, nella nostra società ,giudicato un segno di debolezza piuttosto che di intelligenza, in un mondo in cui troppo spesso parliamo e distruggiamo, usiamo parole che feriscono e impietriscono.

Rabbia, frustrazione, aggressività fanno uscire le parole dalle labbra delle persone come se fossero palle di cannone che vanno a finire diritto nello stomaco.

La nostra società è più propensa a gridare che a parlare. Non c’è tempo da sprecare, non possiamo avere il lusso di fermarci un attimo e di riflettere sui concetti che vorremmo esporre. Il tutto e subito, anche in ambito comunicativo, ha da esprimersi in termini veloci, essenziali, con poche spiegazioni e contenuti ma efficaci.

Se una persona ascolta,tace e soprattutto non si vanta di poter emettere giudizi, non si sentirà mai nei confronti del parlante come colui che è sottomesso, (e d’altro canto, se questo è il suo fine, il parlante non riuscirà mai a farlo sentire sottomesso)ma ri-fletterà su di sé le parole e i loro significati, comprendendo il perché di tali logiche concetturali e il peso delle parole usate.

Per migliorare la comunicazione, il silenzio può aiutare molto. E’ inutile accanirsi gridando  all’altro appena questo ha finito di gridare. E che sorta di comunicazione ne consegue, con due persone che gridano l’uno contro l’altro? Ne uscirà rabbia, certo, ma non comunicazione. Dopo che il grido smetterà, che la rabbia andrà scemando, cosa resterà? La soluzione del problema esplicato in modalità ‘grido’? No, non credo. L’unica sensazione che si avrà, sarà della rabbia svanita e qualche corda vocale dolorante.

Stiamo perdendo il concetto di riflessione, di calma concettuale e cerchiamo soprattutto di concorrere ad una continua gara in cui dobbiamo prima ferire che farci ferire.

Ma se ci fermassimo un momento, se riuscissimo a stare in silenzio mentre l’altrui persona ci sta comunicando qualche cosa, forse capiremmo di più e sapremmo meglio con chi ci stiamo rapportando.

Ogni parola ha un suo valore intrinseco e dovremmo ben sceglierle, nei nostri discorsi, in cui che vogliamo comunicare. Così come il silenzio ha un suo peso e un suo motivo di esserci, in una conversazione.

Ecco perchè ho scelto, con cura, questa frase di Alda Merini.

E rimango in silenzio.

(A.L.)