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Le Città Invisibili di Italo Calvino

 

 

Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più di avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più ti aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti

(Italo Calvino)

 

 

 

Se il viaggio in sé è conoscenza e scoperta, ognuno di noi vive secondo la propria esperienza e secondo le proprie emozioni la città (o il luogo) che gli sta di fronte o che sta per incontrare,chiedendo e trovando risposta alle sue esigenze emotive.

 Parafrasando Calvino, il luogo non è quello che è o che gli occhi vedono, ma è tutta una serie di risposte alle nostre domande  e quindi vediamo ciò che vogliamo vedere.

 I luoghi che decidiamo di visitare non sono mai quindi gli stessi perché questi,

rispondendo alla nostra disposizione d’animo, ci suscitano, nelle stesse conformazioni dei paesaggi,  emozioni diverse come diverse risultano da persona a persona.

Il mio esempio personale va ad abbracciare luoghi e vissuti diversi, a seconda delle persone che in quei luoghi, ad esempio, hanno fatto la storia della mia famiglia, delle origini e di quello che mi hanno lasciato in eredità.

Se vado ad Asti, in Piemonte, raccolgo emozioni e ricordi di una nonna dai capelli rossi che mi ha insegnato a non rendere mai il mio pensiero femminile ‘piatto’ e convenzionale. Se vado a Conegliano, in Veneto, vivo intensamente i ricordi di una madre che ha sfidato la sorte con caparbia ed intelligenza, non dimenticando mai la propria dignità e semplicità.  Se torno sui passi delle mie radici ischitane non posso che comprendere l’intelligenza fina e il romanticismo delle mie donne isolane.

 Il libro di Calvino prende in prestito un illustre viaggiatore, il Viaggiatore per antonomasia, Marco Polo, e questo racconta non le città dell’impero di Kublai Kan, ma quelle della sua mente, le  cinquantadue città invisibili che si possono solo visitare con il proprio intelletto, cioè quelle città che agli occhi dell’altro risultano non visibili.

 Queste città, quelle della memoria, del sogno, del desiderio, della paura, hanno una caratteristica fondamentale, quella di essere nominate con nomi femminili o, se preferite, di Donna che, a loro volta, introducono e chiudono ciascun  racconto.

 Chiedendomi il motivo di questa scelta dell’autore, mi viene in mente che siamo noi donne ad aver cura della storia (ed è per questo che ho menzionato le mie radici femminili), della leggenda e della favola. Siamo noi madri che inventiamo da sempre storie richieste dai nostri piccoli figli o dai nostri nipoti, siamo noi che continuiamo a portare avanti, anche in questo mondo tecnologico, la più antica delle arti che l’uomo abbia mai inventato, quella orale, e a far volare sulle ali della fantasia le nuove generazioni.

 Le città quindi si svelano con nomi e nei termini femminili e di femminilità, per accompagnare l’animo umano alla ricerca dei propri sentimenti  tra vie strette e tortuose paragonabili alle infinite strade, porte e scale da cui non si sa se si entra o se si esce, se si sale o se si scende come  nei meravigliosi e, nello stesso tempo, inquietanti disegni  di Escher.

Le città di Calvino sono così, vi è la città per chi passa , quella di chi si è perso e a quella a cui non tornare…e in questo mondo che porta al tutto o al niente, sospese nell’aria, impalpabili,astratte, ricche di ogni bene prezioso o solo di immondizia, il loro essere si modifica con gli atti e l’espressione dei loro  stessi abitanti perché questi luoghi diventano materia e persone per poi ritornare ad essere impalpabili come talco e dove questo universo di immagini, desideri e linguaggi sono atemporali proprio come i sogni e allo stesso tempo comuni all’umanità intera che prova le stesse emozioni e che vive la città come luogo di scambio e di rapporto.

 E, mi si lasci passare questa libertà, il viaggiatore non è che l’essenza stessa del desiderio di conoscenza, di cercare e di ricercare  ( come dico io ‘di sognare’) i luoghi, i paesaggi, le città, pronte sempre a comunicarci quel qualcosa di cui noi stessi siamo nella continua ricerca e nel tentativo umano e perpetuo di trovare risposte a ciò che cerchiamo.

 Questa è la magia della mente e del nostro essere finiti e infiniti nello stesso tempo, o come diceva H.Broch ‘il popolo dell’infinito’, passibili di finitezza per essere capaci di infrangere i suoi limiti, per andare oltre, per continuare nel viaggio verso la conoscenza di una vita che contempla in sé anche il senso della morte e la morte stessa, ma che è comunque viaggio. 

 L’opera di Calvino è  prosa che si dipana in un cammino che abbondantemente straripa nel campo sublime della poesia per poi lentamente ritirarsi lasciando sul terreno della letteratura italiana un’opera unica, a metà tra il filosofico e la favola, la psicologia umana e la storia.

(A.L.)