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La Narrazione come sviluppo sociale

 

I bambini non ricorderanno se la casa era bella e pulita. Ricorderanno le fiabe che raccontavi loro.

(Betty Hinman)

 

La nostra società è contraddistinta da tempi sempre più frenetici.

Siamo sempre di corsa,abbiamo mille impegni quotidiani e la comunicazione si sta evolvendo anch’essa in termini sempre più veloci e sintetici.

Anche la consolidata  idea del racconto in quanto tale si è trasformata e continua a farlo nel momento in cui noi tutti ci evolviamo ed evolviamo la nostra vita.

Bene o male che sia, questo è un dato di fatto. Non possiamo non renderci conto che non esistono più le nonne dalle lunghe gonnellone che, accanto al camino acceso, passavano le loro giornate a fare calzini con la lana appena filata mentre raccontavano fiabe ai bambini seduti per terra. Idee romantiche che appartengono ad un mondo che non esiste più.

 

L’abitudine al racconto non è venuto meno, sono venuti meno le modalità  ‘classiche’ del racconto stesso. I grandi mezzi comunicativi di oggi verranno sicuramente soppiantati da quelli futuri e questo non significa che sia un bene o sia un male sociale. E’ solo che noi ci stiamo evolvendo in maniera più veloce rispetto ai secoli precedenti, significa prendere atto anche che la Fiaba stessa si modifica come si modificano il linguaggio, i sogni, i desideri, le aspettative dalla vita stessa.

 

Noi uomini non stiamo distruggendo la fiaba in quanto tale, stiamo facendo di questa un modello che rispecchia la vita vissuta ogni giorno.

Sarebbe una grande ipocrisia negare che  noi trascorriamo la maggior parte della nostra esistenza immersi nella narrazione, individuale e “sociale”.

Ogni giorno ci vengono incontro  fatti o racconti che  leggiamo, ascoltiamo, raccontiamo in prima persona o trasponiamo in quanto visti o raccontati a loro volta.

La facoltà di narrare è una costante umana ,come ci ricorda Roland Barthes.

La comunicazione attraverso la narrazione è il fondamento umano per la nostra crescita intellettiva ed è un istinto sociale a cui nessuno può sottrarsi.

Edward M. Forster  ricorda che la narrazione o la comunicazione è presente sin dai tempi dell’uomo di Neanderthal. Ci si riuniva intorno al fuoco  non solo per sentirsi più al sicuro dalla notte e dagli attacchi di animali affamati, ma per comunicare le proprie imprese quotidiane, per imparare dall’altro altri modi di cacciare, per sapere dall’altro magari un modo nuovo per vivere una specifica situazione. Quando, cioè,  abbiamo iniziato a dare un senso a quello che facciamo.

Infine,  la comunicazione è il dato fondante della civiltà e l’uomo è diventato “civile”  nel momento in cui : “ha imparato a vedersi e a capirsi quando ha imparato a raccontarsi, anche in maniera molto semplice, molto primitiva, con le rappresentazioni artistiche e pittoriche sulle grotte”.

Se venisse a mancare la narrazione,mancherebbe la comunicazione e “ non riusciremmo più a vivere dentro noi stessi; la vita diventerebbe un caos completo, una grande schizofrenia in cui esplodono, come in un fuoco d’artificio, i mille pezzi delle nostre esistenze, perché per ordinare e capire chi noi siamo, dobbiamo raccontarci”.

(A.L.)