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La Comunicazione della Solitudine

Quando si evita ad ogni costo di stare soli, si rinuncia all'apportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le idee, meditare, riflettere,creare, e, in ultima analisi dare senso e sostanza alla comunicazione.

(Zygmunt Bauman)

 

 

Solo da pochi anni vivo in città.

Prima di allora la città era sinonimo di lavoro o un luogo dove trascorrere una giornata tra shopping e teatro.

Ora invece in città ci vivo e la vivo.

Vivo in un quartiere semplice, non popolare, ma semplice.

Vivo la difficoltà delle persone ad adattarsi a dei grandi mutamenti sociali perché vi sono in atto comunicazioni che non sempre sono comprensibili e alcune volte non vogliono esserlo.

Vivo un momento di unione tra una vecchia e radicata struttura sociale e nuovi (o diversi) stili di vita  che sono in un continuo scontarsi e sfrondarsi.  Ci vorranno anni perché questi due modi di vita sociale trovino degli accordi e da questi ne nasca uno nuovo, completamente accettato.

Ma la mia riflessione non è il disagio sociale che si prova oggi nella maggior parte delle città italiane, ma un più semplice tentativo di comprendere un sentimento che tutti noi proviamo. La solitudine.

Ecco perché ho iniziato il mio discorso scritto sul fatto che da due anni io vivo immersa in un continuo ‘rumore’ sociale a cui prima non ero affatto abituata.

Anzi, il contrario. Io vivevo nell’ assoluta mancanza di rumore sociale, in una solitudine sociale e personale che, solo ora, comprendo per molti essere un problema.

La solitudine è, anch’essa, comunicazione.

Fin da piccoli ci viene insegnato che lo stare soli non è una cosa positiva. Il bambino necessita sicuramente di stare insieme agli altri bambini come un adulto necessita di stare insieme ad altri adulti. Ma il nucleo o fondamento di questo enunciato è il bilanciamento tra il riuscire a stare con gli altri e lo stare da soli.

Il sentimento e lo stato di solitudine è crudele se lasciamo che questa ci pervaghi ,ci dilani e certo la società non ci aiuta in questo poiché essa ci impone di percepire il senso dello stare soli come ad una negatività: il segno di un fallimento rispetto ad un successo.

Siamo sempre convinti che dobbiamo ‘fare cose in compagnia di qualcun altro’ ponendo quindi il senso dello stare da soli come un fattore di vita negativo.

Possiamo certo fare tutto con gli altri se e solo se siamo nel rapporto con gli altri, se con gli altri c’è comunicazione e scambio e se, nel momento in cui siamo con gli altri, siamo allo stesso tempo con noi stessi.

Sembra difficile accettare questo presupposto per molte persone.

Ma non possiamo non renderci conto che non è fondamentale la presenza in quanto tale di un corpo vicino a noi, ma della presenza intellettiva. Se stiamo vicino agli altri ma non c’è nessun tipo di relazione, di scambio, di comunicabilità, allora questo non ha nulla a che fare con un senso di solitudine ma di Paura.

La Paura di essere soli, la Paura di sentirsi Liberi.

 Ma cosa è la solitudine?

La solitudine, rovistando tra le pagine dei miei vocabolari etimologici, ha come sinonimo ‘pace’. La solitudine è quindi un desiderio, un fine umano necessario per la propria riflessione, per poter comprendere se stessi e per poi dare (o donare ) il meglio di noi agli altri.

 La solitudine non è sinonimo di tristezza, è la nostra società che erroneamente ce lo fa intendere. Ma è un falso, è un concetto nevrotico che non ci dovrebbe appartenere.

Eppure facciamo di tutto per non sentirci soli: ci vestiamo ‘alla moda’ etichettandoci il più possibile per tentare miserevolmente di appartenere ad un gruppo ed essere accettati, siamo accondiscendenti verso persone che non ci meritano solo perché staremmo male al solo pensiero di perderle, perdendo dignità e ascolto verso noi stessi per la paura di trovarci soli.

Abbiamo paura di essere a-sociali. In questa ottica non possiamo che dare il vuoto, nel vuoto che ci circonda, aumentando sempre più quel senso di bolle di sapone in cui siamo imprigionati.

Dobbiamo stare da soli per riflettere, dobbiamo stare da soli perché lo stare con noi stessi non è ‘stare da soli’ ma è ‘stare con se stessi’ e avere un buon rapporto con noi stessi è la prima tappa per stare, poi, bene con gli altri.

Se non riesco a parlare a me stessa, come posso parlare agli altri? Quale comunicazione posso donare loro? La risposta è semplice:  non posso dare nulla, il vuoto.

Se abbiamo paura di stare su noi stessi allora non possiamo parlare di amicizia, di amore, di scambio. Il senso dello stare insieme diventa una necessità, un bisogno e il bisogno in quanto tale non è mai positivo.

Io posso scegliere di trascorrere un pomeriggio in compagnia, con le persone che amo e con le quali c’è un rapporto di scambio e non le uso per ‘tappare’ i miei angoli bui delle mie paure, delle mie mancanze.

Quella della solitudine in quanto negazione di un rapporto  è una delle più grandi bugie che la nostra società ci insegna.

La paura della solitudine ci porta solo a dipendere dagli altri, a fagocitare gli altri, a bloccarli.

Se ci ritroviamo a ‘dipendere’ dalla famiglia, dalla persona con la quale abbiamo deciso di condividere la nostra vita, dai nostri amici, nulla sarà il frutto delle nostre idee, delle nostre fantasie, del nostro lavoro intellettuale e psicologico e non riuscendo a vivere, non ci sentiamo liberi.

Spesso pensiamo erroneamente che vivere relazioni malate ci diano una sensazione di sicurezza. Ma non è così, ci costruiamo le relazioni malate perché abbiamo paura della solitudine, abbiamo paura di ascoltarci.

Nella solitudine, nel senso della pace con se stessi, ci sentiamo responsabili di noi stessi, delle nostra vita, al di là delle imposizioni e dei dettami sociali, consci che il nostro posto nella relazione con l’altro è e sarà sempre un dono del dare, trovando persone con le nostre stesse affinità intellettive.

(A.L.)

 

 

 

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