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La paura della libertà

 

Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi.

(Charles Hughes)

 

 

 

Se pensiamo alla domenica quale giorno di festa il pensiero va a immagini gioiose, tranquille. Un buon pranzo in famiglia, la possibilità di rimanere a letto qualche ora in più, trovarsi con gli amici per una passeggiata, riprendere la lettura di un libro o dedicarsi a ciò che ci piace fare di più. Organizzare una giornata nel modo in cui noi vogliamo e non nel modo in cui ci viene imposto. Sembra sia una grandissima opportunità. E invece questo lasso di tempo, di stacco dalla settimana lavorativa, porta con sé notevoli difficoltà psicologiche tanto da provare  repulsione e aspettare con una certa ansia che arrivi la sera per dire ‘è finalmente finita’.

Costretti ‘felicemente’ ad adempiere ai nostri impegni quotidiani, la domenica è capace a volte di ‘tirare fuori il peggio di noi’, a farci sentire a disagio, pieni di angosce e di paure.

La domenica ci parla apertamente di noi, di come ci poniamo nel mondo durante la settimana, quale maschera indossiamo per proteggerci da altre maschere, quali frustrazioni si sono accumulate in noi.

La vita tranquilla della domenica ci svela quale mostro diventiamo.

Sembra paradossale ma viviamo spesso nella nostra settimana lavorativa in maniera schematica, senza porci domande e senza pensarci. Fagocitiamo tutto, successi o insuccessi lavorativi, aggressività, paure, frustrazioni.

Quando nella settimana ci sentiamo occupati, carichi di lavoro e di impegni tanto da dover correre tra un impegno e l’altro per tutto il giorno, troviamo la tranquillità. Troviamo un senso di appartenenza alla società, pensiamo che la nostra produttività aiuti il nostro gruppo sociale, la nostra autostima.  Ma non è così, e al primo momento utile in cui possiamo rallentare la nostra vita, inizia la paura, inizia la paura di trovarci di fronte a se stessi e al nostro vuoto.

E la domenica è proprio brava a farci uscire il vuoto che è in noi e in quel giorno, in cui la nostra libertà individuale potrebbe prendere il sopravvento su tutto, viene alla luce.

È come se la domenica fosse capace di  mostrarci tutto quello a cui cerchiamo di non pensare negli altri giorni. Come se riuscisse ad aprire quel vaso di pandora che teniamo chiuso durante la settimana e che apriamo solo per infilarci dentro un’altra nuova delusione o paura.

Siamo tutti succubi di questa frenesia settimanale. Figli, genitori, nonni, amici, conoscenti. E’ una concatenazione a cui nessuno può sottrarsi ma solo sottomettersi.

E se non vogliamo che la domenica sia lo specchio della nostra mostruosità, perché l’angoscia domenicale non ci soffochi, cerchiamo anche in questo giorno di riempirci del vuoto usuale degli altri giorni.

 Andiamo a riempirci la testa in centri commerciali dove tutti corrono e tutti gridano, in mega stores dove i bambini vengono radunati in stanze ricolme di palline colorate che, essendo palline, aumentano la nevrosi e  in negozi i cui rumori musicali non fanno che esaltare la propria frenesia.

E poi, non parchi, ci mettiamo sulle strade sapientemente intasate il cui life motiv sono i clacson che ruggiscono e simbolicamente emettono parole pesanti e volgari al frustrato accanto o davanti alla propria auto.

Ma ci sentiremo felici alla sera quando, come già accennato, dimenticheremo l’angoscia della domenica che va scemando come il sole al tramonto e felici il mattino dopo torneremo al lavoro, di corsa. Pensando magari ‘che bella domenica ho trascorso’

Fromm nella sua “Paura della libertà”sottolineava il paradosso tra il desiderio di libertà e la paura che proviamo nei confronti di questa, per la responsabilità che inevitabilmente richiede.

Se mi sento libero significa che io sono l’unico responsabile della mia presenza, delle mie scelte e dei miei ragionamenti individuali.

Ma questo genera insicurezza ,disagio e una profonda angoscia che spesso porta dolore, anche fisico. E facciamo qualsiasi cosa per non provare l’angoscia domenicale, per non ascoltare la nostra vera essenza e le nostre urla interiori.

Che dura realtà è il fare!

Se non possiamo umanamente sottrarci allo scopo della nostra vita secondo un lavoro che, spero, in molti casi ci siamo guadagnati studiando sin da giovani e ponendoci degli obiettivi, d’altro canto l’idea del lavoro quale allontanamento dal proprio io porta inevitabilmente ad un grande sconforto interiore e ad una solitudine che col tempo non può che diventare sempre più profonda e incontenibile (o incomprensibile).

Tornare alla domenica è come tornare da un viaggio. Con un bagaglio di emozioni a cui noi abbiamo l’obbligo individuale di comprendere, di fare nostro. Per ricominciare ancora una volta un altro viaggio, consapevoli un po’ di più dell’esperienza acquisita, per aver fatto nostri i nostri errori e per smettere di pensare che la vita abbia solo un senso esterno.

(A.L.)

 

 

 

 

 

 

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