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Pasqua

 

 Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri a ogni costo, atleti della parola pace.

(Erri De Luca)

 

E’ tempo pasquale. Il cielo grigio di questo ultimo periodo, grigio e freddo, non aiuta a pensare all’arrivo della primavera e ai colori che questa porta, all’aria meno cruda, a raggi di sole che iniziano a scaldare.

Il calendario appeso al muro di un angolo della cucina invece detta senza mezzi termini le sue scadenze in maniera ritmica, senza sosta.

E’ Pasqua e così sarà, anche quest’anno.

Ma quest’anno il giorno di Pasqua cade il primo giorno di Aprile e sarà uno scherzo, un pesce.

 

Non è la prima volta che Fiorella si trova a vivere una Pasqua fredda e cupa. Le è successo una volta, sembrava novembre. Una giornata trascorsa con la stufa accesa, in una campagna veneta lontana dai colori sempre vividi della sua terra di liguria. Il rumore di una pioggia crudele, l’umidità che penetrava nelle ossa come un coltello affilato nel cuore e la sua piccola creatura con la febbre.

Come si poteva pensare, in quel giorno,  a rami di mandorlo in fiore, al lieve profumo emanato dai pruni selvatici, al colore verde della prima erba nei prati? Era stata così triste quella Pasqua, così triste da non sapere neppure cosa dire.

 

Eppure per lei la Pasqua era davvero la primavera che arrivava.

Ricordava il pranzo organizzato da sua madre sotto l’immenso albero di magnolia, nella parte del vasto parco dove i lunghi e fragili steli di  iris viola e  gigli arancioni si lasciavano lascivamente cadere sull ‘erba, quasi per far compagnia alle violette bianche selvatiche.

Sulla prima erba non ancora rasata ma tenera e dalle sfumature delicate, spuntavano macchie di pratoline invadenti e campanule bianche di erba cipollina. A dar loro riparo dal sole lunghi steli di rovi i cui gentili e semplici fiori composti da petali rosa quasi facevano contrasto alla crudezza delle piante spinose.

Più in là il vecchio ‘trogolo’ riposava tranquillo attorniato dalla magnificenza effimera della pioggia di maggio che sarebbe esplosa nell’aria più calda di giugno.

 

Quell’anno sua madre avrebbe accolto gli ospiti preparando la lunga tavola del giardino con una tovaglia azzurra da lei ricamata in pizzo bianco e con tovaglioli bianchi avviluppati a fiocchi azzurri in organza.

 

Il rito della preparazione della tavola pasquale accompagnava gesti gentili e raffinati; l’apertura delle ante del grande e antico mobile da cui venivano prelevati i calici più eleganti, il servizio di piatti più antico, le posate in argento. E poi, dai cassetti, la tovaglia di lino di  fiandra che la madre appoggiava con cura sul suo avambraccio sinistro, per accarezzare quel tessuto così prezioso che avrebbe avuto il posto d’onore nella giornata di festa.

 

E poi le bottiglie di vino che il padre accuratamente sceglieva, rimanendo in cantina, da solo.  Bottiglie tacite venivano a male pena sfiorate dalle sue grandi mani:  il vino deve riposare, stare fermo e anche la polvere sui vetri scuri può danneggiare il prezioso nettare, se spostata.

La lentezza della scelta andava pari passo con una infinita accortezza dell’abbinamento con i cibi che in cucina stavano cuocendo.

Suo padre, vestito in completo scuro, si rivestiva anch’egli di ragnatele e odore di cantina, apparendo alla luce del sole con una delle sue bottiglie rare, da assaporare con cura, da far assaggiare prima alle signore intervenute.

 

E la prima era sempre la sua anziana madre, Cassandra, già seduta al tiepido sole su una poltrona di vimini. I suoi capelli grigi argentei brillavano sopra occhi leggiadri quasi di bambina e il suo vestito verde smeraldo incorniciavano un corpo esile di una antica bellezza infinita. La gonna del vestito faceva intravedere lunghe gambe accavallate sopra cui,spesso, la giovane Fiorella appoggiava  i lunghi capelli rossi e ricciuti, in cerca di una carezza o una fiaba.

 

Un tavolino dalle gambe in ferro e dal piano rotondo in spessa ardesia veniva decorato con una tovaglia bianca i cui lembi danzavano scomposti nel leggero vento  e su cui venivano messi i grandi piatti di portata, le posate di servizio e un piccolo bouquet di fiori che ricordava il grande centrotavola composto sul lungo tavolo dalle mani fatate della padrona di casa.

 

Una donna straordinariamente bella nei suoi occhi verdi e nei suoi vestiti raffinati e semplici.

 

 Il pranzo accoglieva i commensali dopo che, lontano,le campane della chiesa di Ruta avevano suonato a festa per lunghi minuti. Il silenzio della morte era infranto, i calici riempiti, la brezza per l’occasione spargeva nell’aria i primi petali dei fiori di ciliegi, di mele,di pere come se fossero coriandoli.

 

Amici cari, gli zii e i cugini, dalla città attraversavamo la costa in auto per raggiungere il viale che conduceva al piccolo borgo di San Rocco e da cui, poi, una antica scalinata conduceva alla villa.

 

La giornata di sole scaldava quelle anime, tra piatti ricercati e curati, la pasta fatta in casa, i piatti di carne, le prime insalate dell'orto, le uova di cioccolato per i bambini. 

 

Tutto intorno, le innumerevoli qualità di colorati fiori nel grande giardino composto da aiuole in forma geometrica, il viale ritmicamente aggraziato da cespugli di rose rosse e rosa, da pitosfori e bossi,un  bersò di lillà viola e caprifoglio bianco, le scalette che conducevano all’orto ombreggiate da lunghi ed elastici rami di oleandri, le viti di uva da tavola e da vino, l'oliveto e i peschi in fiore.

 

Era stata quella una Pasqua tra le tante cui spesso amava ricordare tra sé, era quella una di quelle giornate felici che il buio e la notte le avevano portato via. 

 

Ma le era rimasto il ricordo.

 

(A.L.)