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Noi siamo quello che vestiamo

 

Se una donna è malvestita si nota l'abito. Se è vestita in modo impeccabile, si nota la donna.

(Coco Chanel)

 

  

 

 

 

Discorrendo sul fattore moda ho preso in considerazione il termine ‘vestito’ non volendo però tralasciare invece quello dell’abbigliamento’. 

 

Viene indicato ‘abbigliamento’ l’insieme del vestiario, degli accessori che lo accompagnano, di ogni forma di ornamenti che lo compongono e che lo completano esteticamente.

 

 In effetti nel momento in cui noi ci vestiamo, ci adorniamo rafforzando ulteriormente la nostra comunicazione.

 

Ma perché, mi chiedo, a differenza di altri animali, l’uomo ha iniziato a vestirsi?

Qual’è stato, storicamente ed intellettualmente, il motivo dominante che ha scatenato la necessità di coprirsi?

Io credo che, senza andare a scomodare troppo i nostri predecessori  preistorici, sia naturale pensare che forse l’uomo ha iniziato a coprirsi nel momento in cui ha perso la sua naturale pelliccia.

Quando cioè il suo pelo non poteva più aiutarlo a proteggerlo nei confronti del freddo o di qualsiasi altro pericolo.

E’ stato anche questo un motivo di sopravvivenza. La nostra pelle è sottile, non ci scalda, non ci protegge e la sua lacerazione può portare a conseguenze anche letali.

 

Se pensiamo poi all’homo erectus ci si accorge che la postura verticale indubbiamente lo ha portato a considerare in maniera molto più ampia , ad esempio, l’ambiente circostante, a vedere più lontano e a pensare ‘più lontano’.

Ma questo implica anche che determinate parti del corpo risultino più vulnerabili, a rischio della sopravvivenza e della continuazione della specie.

Il muso che si fa viso non può essere più nascosto tra le zampe, il cuore non ha che la cassa toracica che lo protegge e gli organi sessuali maschili, quelli atti alla sopravvivenza della specie, non possono essere più nascosti dai muscoli delle cosce.

 

L’uomo  quindi ha imparato a proteggersi in un nuovo modo, con un’altra forma di pelle, secondo il suo habitat, la sua cultura e il mondo che lo circonda.

E il suo primo vestito glielo ha offerto la natura, insieme al cibo.

 

Infatti  le prede catturate regalavano la loro pelliccia che l’uomo indossava trovando in queste non solo calore e protezione ma simbolo di forza, di aggressività, di potenza e virilità.

 

Inizia quindi la necessità, che andrà sempre di pari passo, non solo più del vestirsi per un fattore di protezione ma quello della Comunicazione.

Poiché l’abbigliamento varia da cultura a cultura, perché le Storie dell’Umanità  sono molteplici e variegate, la comunicazione che ne deriva è diversa.

Ed è diversa, tra le culture, la comunicazione che noi diamo del nostro corpo attraverso l’abbigliamento.

Non a caso opteremo per coprirci  di più il viso che le gambe, le mani che la pancia, i piedi che il seno, trovando pudore nell’ esporre quelle parti perché frutto della nostre radici culturali.

 

E da qui ne nascerà un gioco voluttuoso e sensuale, una comunicazione atta ad attirare a sé il maschio della nostra specie, un gioco fatto di coprire e scoprire, di far vedere e di nascondere quelle parti che noi consideriamo erotiche.

 

Penso che non sia del tutto vero il pensiero che noi attribuiamo alla nudità quale fattore scatenante per l’eccitamento sessuale.

Gli animali non si spogliano delle loro pellicce o delle loro piume per comunicare una predisposizione sessuale. 

Il nudo può essere anche percepito come senso di freddo, di fragilità, di sconforto; alcune volte di scherno, di impotenza.

 

E’ la comunicazione del nudo che gli attribuiamo a farci comprendere la relazione, è il linguaggio non verbale e quella dei segni che prenderà sopravvento.

 

Per cercare di ragionare e di comprendere quanto sottile sia la comunicazione che trasmettiamo  abbigliandoci, basta pensare ( e pensarmi) alle scelte che facciamo ogni mattina quando apriamo l’armadio o quando, comunque, dobbiamo scegliere un capo di abbigliamento che si adatti alle nostre esigenze e alle nostre vite.

 

Scegliamo parti di abbigliamento come se fossero tessere di un mosaico il cui tutt’uno formerà una determinata comunicazione, un componimento non verbale che parlerà di noi e di quello che siamo in procinto di fare e il modo in cui ci relazioniamo con le altre persone.

La comunicazione non verbale dell’abbigliamento usa infinite espressioni che raramente hanno lo stesso valore ogni giorno.

 

In questo senso le donne giocano molto più degli uomini a questo tipo di gioco comunicativo ogni giorno della settimana e in ogni circostanza quotidiana mentre gli uomini distinguono meno situazioni: lavoro e tempo libero, in tutte le sue varianti.

 

 E c’è anche una netta distinzione e quantità tra i due sessi nell’accumulare le varie tessere di quel mosaico di cui prima ho accennato che, tutto insieme, compone la sinfonia comunicativa, la propria immagine, perché ogni parte del corpo diventa espressione, evidenziandolo con collane, bracciali, trucchi e via discorrendo.

 

Attraverso l’abbigliamento noi comunichiamo agli altri informazioni precise su noi stessi. Ammettendo naturalmente la possibilità di invio di messaggi falsi, di maschere.

 La nostra età, il sesso, il ruolo, il nostro gruppo sociale ,il livello economico-sociale e ancora il comportamento che noi stessi vogliamo  mantenere con le altre persone.

 

Inoltre indichiamo all’altro il nostro coinvolgimento emotivo, che questo sia nullo, parziale o totale, inducendo gli altri a comportarsi di conseguenza o sollecitando questi a determinati comportamenti.

 

Comunque sia la comunicazione che noi diamo e quale linguaggio quotidianamente scegliamo, mi sembra bellissimo avere la possibilità di utilizzarli secondo quello che sentiamo e proviamo.

Se il messaggio fosse sempre uguale, ripetitivo e univoco, saremmo tutti degli automi senza pathos né sostanza affettiva.  Esplicheremmo tutti gli stessi identici concetti  diventando così solo manichini in balia di mode imposte, senza domandarci il perché e il dove noi siamo.

 

(A.L.)

 

 

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